lunedì 28 novembre 2011

La politica culturale e l’umiltà del bene

Ne L’umiltà del male, Franco Cassano denuncia l’aristocratismo etico dei migliori, capaci di coltivare un’idea alta ed esigente di bene, ma al tempo stesso sempre più disinteressati alla sorte della maggioranza degli uomini, ceduti alle grinfie dei peggiori. L’imputata latente è la sinistra, che ha rinunciato da tempo a far diventare “senso comune” la propria idea di bene, rinchiudendosi nella contemplazione di una presunta superiorità morale.

Ci chiediamo se non sia il caso di ribaltare la tesi. Più che da un complesso di superiorità, la sinistra sembra affetta da un eccesso di umiltà. Dall’umiltà del bene, potremmo azzardare. Nei giorni scorsi, Bari Partecipa ha promosso un’iniziativa che ha fatto luce non soltanto sulle “politiche culturali” a Bari e in Puglia, ma soprattutto sulle “culture politiche” della sinistra odierna. Secondo l’assessora al ramo della Regione Puglia, Silvia Godelli, le istituzioni non devono promuovere una determinata politica culturale; devono invece limitarsi a creare le condizioni affinché tutti gli operatori possano esprimersi. Per questo, ella ha gestito le risorse secondo la logica imparziale dell’amministrazione di condominio, con manageriale neutralità. (Se così è, non si capisce perché mai, per espletare questa funzione, debbano essere convocate delle democratiche elezioni, perché gli amministratori debbano essere espressione di governi sostenuti da “partiti” politici, perché non si debba, invece, in ossequio a questo principio, nominare per ciascun settore un tecnico i cui requisiti di competenza siano stabiliti ex ante da un regolamento e magari, laddove possibile, sostituire il tecnico con un calcolatore elettronico per essere certi della sua imparzialità).

Quanto affermato dalla Godelli ha una doppia implicazione: 1) la politica culturale non ha come destinatario privilegiato il popolo (se non in maniera indiretta), ma gli operatori culturali; 2) promuovere una determinata idea di bene è ormai considerato (a sinistra) un abuso, una forma illegittima d’imposizione di un singolo punto di vista alla generalità. Talmente umili da farsi fuori, insomma. Non si tratta solo di una banale assunzione di alcune dosi di liberalismo, ma di una rinuncia alle ragioni stesse dell’esistenza di una sinistra. Essa, infatti, nasce intorno all’idea del cambiamento dello stato di cose presenti. Per fare questo occorre come minimo avere un’idea di “bene” verso cui tendere e poi intraprendere una lotta per l’affermazione di questa idea a scapito dell’esistente. Se invece l’obiettivo è semplicemente lasciare che ciò che esiste si esprima pienamente, se le singolarità presenti vengono considerate perfette così come sono, allora l’idea stessa di sinistra non ha più alcun senso. E’ un abuso lottare per la promozione di una propria idea di bene? Ergersi a maestri? Tanto vale ritirarsi a vita privata.
Ovviamente, le “forze del male” (per restare nella logica cassaniana) non restano certo a guardare. Esse non rinunciano affatto a fare egemonia, soprattutto se il campo viene lasciato sgombro. La loro umiltà è d’altro tipo: conoscono le debolezze degli uomini e vi indulgono per accaparrarsene il favore. Mai per intraprendere percorsi collettivi di emancipazione.

Questo, per carità, non impedisce di riconoscere che l’impostazione della Godelli abbia sortito nel nostro contesto effetti lusinghieri. Essa, poi, ha il pregio della chiarezza: ciascuno può valutare la corrispondenza tra l’intento e gli esiti. Quello che forse più preoccupa è la reazione interna alla sinistra stessa che una simile impostazione finisce per generare. Una reazione della quale ha dato buon saggio Michele Emiliano, nella stessa occasione. Una volta “neutralizzata” la cultura (e il nostro Sindaco è andato in questo senso ben oltre la Godelli, giungendo persino a cancellare il relativo assessorato e rendendone dunque opaca la gestione), essa rinasce immancabilmente per via “putiniana”. Diventa cioè un giocattolo ad uso della grandeur del potente di turno. La differenza è che quella di Putin è una grandeur fondata (sul gas e sull’economia criminale), mentre quella che Emiliano ha illustrato (l’apertura in città di una costellazione infinita e a sfruttamento intensivo di spazi per la cultura ora serrati, dal Piccinni al Kursaal, passando per la Rossani ecc.) ha fondamenta di realtà a dir poco traballanti, dal momento che non ci sono nemmeno i soldi per la prima al Petruzzelli. E qui non c’è più traccia di bene, né presuntuoso né umile. Qui la sinistra fa propria, semplicemente, la buona vecchia “umiltà del Male”.

giovedì 13 ottobre 2011

Necrologio per Steve Jobs

Speriamo che Steve Jobs si sia portato nella tomba anche il suo motto d’ordine: “stay hungry, stay foolish”. Esso non è che la versione incantata, ad usum babbioni, del dispositivo a doppio scatto che ha governato il neoliberismo: ossia, precarizzazione mobilitante e somministrazione dello sbraco. Ne è più precisamente la versione ideologica, nella misura in cui occulta la sostanza di dominio in esso inscritto, proponendone un’inquadratura in soggettiva, facendolo passare, vale a dire, per una disposizione personale e non per un imperativo sistemico politicamente instillato, quale esso è.

Sotto questo profilo, il conservatore Ronald Reagan è di gran lunga preferibile al progressista Steve Jobs. L’ex presidente cowboy, per lo meno, sapeva dire pane al pane e riassumeva il senso della sua politica con il celebre: “starve the beast!” (affama la bestia). Affinché i suoi concittadini si rimettessero mogi mogi al servizio del Capitale, occorreva ridurli alla fame, farne degli straccioni pronti ad obbedire a chiunque agitasse loro davanti un pezzo di pane. E quindi via con l’abbattimento dei diritti, delle tutele, di ogni forma di preservazione di una vita dignitosa. Si sbaglia chi pensa che la precarietà sia un effetto perverso, non voluto, della ristrutturazione post-fordista: essa è frutto di una politica deliberata, una politica, appunto, di precarizzazione mobilitante.
Dire “stay hungry”, in questo contesto, è come gridare al naufrago, dal ponte del proprio yacht, “dài, fatti una bella nuotata”. E’ il cachinno beffardo dell’aguzzino.

Ma la precarizzazione, da sola, non basta. Per poter sopportare la sua condizione di bestia affamata, il soggetto deve uscir fuori di testa, deve sbroccare, abbandonare la coscienza di sé e del mondo. Per questo gli si apparecchia attorno un florilegio di piste da sballo. E ce n’è per tutti i gusti. Dallo sbraco sessuale all’integrismo religioso. Dalla festa televisiva agli “incanti della rete” (cfr. Formenti). L’importante è stare sempre estroflessi, fuori di sé(nno), a far spreco di sé. Dépense privata, la chiamava Bataille. Perciò, come dice il guru, stay foolish. “Statti pazzo, dovessi accorgerti di qualcosa …”.

Ma la sorprendente sollevazione popolare contro il manifesto funebre di Sel Roma in onore di Jobs fa ben sperare. Fino a qualche mese fa, nessuno ci avrebbe fatto caso. “Stay hungry, stay foolish” era, nei fatti, la stella polare di una certa, nuova sinistra. La narrazione evidentemente non tira più. Quel mondo incantato cui si alludeva sta franando miseramente e i suoi cantori cercano disperatamente di salvarsi esibendosi in repentine quanto patetiche retromarce, nonché mandando al macero, come sempre fa il Potere, delle presunte mele marce. Adius, Jobs!

martedì 9 agosto 2011

Nuovismi di ritorno. Il Pci e i suoi figli

Quel che detestavo nel vecchio Pci era l’appuntamento con l’emissario della Federazione. Puntuale, su ogni questione all’ordine del giorno veniva a dettare la linea ai militanti di provincia. Chiunque fosse, era una spanna sopra i locali, quanto a dialettica, doti oratorie, capacità di persuasione. Perciò non c’era verso: la linea dettata risultava sempre quella giusta, lapalissianamente, da qualsiasi lato la si osservasse. Argomenti arcigni, piantati nel cemento, incrollabili. Ascoltandolo, uno ci provava col pensiero a fargli le pulci, a ricercare delle alternative possibili o quanto meno delle controindicazioni, delle piccole imperfezioni. Ma dopo poco, incredibilmente, ciascuno di quei pensieri, prima di essere esposti dagli astanti, diventavano uno ad uno oggetto di sbeffeggio da parte dell’ospite, smascherati nella loro inconsistenza e infine denunciati come “oggettivamente” confacenti al gioco degli avversari. Ebbene sì, i funzionari del Pci sapevano leggere nel pensiero. E a noi non restava che vergognarci per aver semplicemente osato pensare di svicolare dalla “linea”.
Quel che trovavo ancor più insopportabile era la facilità con la quale la settimana successiva quello stesso funzionario – o chi per lui – sbarcava nuovamente in periferia per dettarci una linea che andava nella direzione esattamente opposta a quella della settimana precedente. “L’occupazione viene prima della tutela ambientale!”. E qualche giorno dopo: “non si possono scarificare gli equilibri ecologici in nome dello sviluppo!”. Ma non c’erano santi. Gli argomenti per la piroetta apparivano inappuntabili. Di più. Egli era in grado di dimostrarci che tra la linea della settimana precedente e quella della settimana successiva non c’era alcuna contraddizione. E se uno non capiva l’assoluta coerenza tra le due posizioni era chiaramente un cretino.

Inseguire “il nuovo” costituiva una specie di ossessione. E questo generava acrobazie politiche risibili, posizionamenti improbabili. Il Pci era davvero postmoderno. Ma veniva puntualmente scavalcato e travolto dai nuovisti veri, ritrovandosi sempre un passo dietro gli altri, sempre all’inseguimento, armato di argomenti granitici ma privo di convinzione.
Per questo, riesco a comprendere profondamente Vendola. Non passa giorno senza che egli non scagli una picconata contro la comunità politica che lo ha allevato. L’impressione però è che il Governatore finisca sempre per affrancarsi dal meglio di quella tradizione (vedi la sostituzione del “compagno” con “l’amico”) mentre il peggio, inconfessabilmente, continua a roderlo dentro, a determinarlo, come una mano nel buratto.
Il nuovismo acrobatico del Pci (in nome di un “pragma” mai definito nella sua sostanza) lo si rivede oggi nella disinvoltura con cui Vendola e i suoi attraversano le questioni dell’acqua, della sanità e, in ultimo, dell’istruzione.
Lo confesso. Io la questione del referendum sull’acqua non l’ho proprio capita. Non ho capito perché mai delle forze politiche di sinistra (PD in testa) che hanno ampiamente incluso nel proprio spettro ideologico le virtù del mercato (quantunque ben regolato) si sono totalmente appiattite sull’idea che l’intervento dei privati nella gestione e negli investimenti in materia di acqua fosse una specie di eresia. Se il bene acqua resta pubblico, dov’è il problema? Posso trovarlo inammissibile io. Ma io sono comunista. Loro che non lo sono, perché così perentoriamente predicano che l’acqua non solo debba restare in mani pubbliche ma debba essere anche assolutamente, necessariamente, senza alcun dubbio “gestita” dal pubblico?
A distanza di qualche settimana dall’evento referendario, bollato come miracoloso, lo stesso Vendola mi vuole convincere che far posto all’eccellenza portata in dote dai gestori privati (Don Verzé, nella fattispecie) è una necessità assoluta per la sanità pubblica. Che chi si spaventa per questa eventualità è un deficiente. Sempre lui. Sempre Vendola. E sempre – questo è il vero capolavoro – in nome del pubblico contro il privato. Come ha argomentato magistralmente l’assessore Pelillo, infatti, “la sanità privata si è allarmata … coltiva il timore di vedere decurtati i propri ricavi”. Qui siamo oltre l’ideologia del mercato. Il pubblico – secondo i nostri – non deve fare spazio al mercato, bensì adoperarsi attivamente per rafforzare un monopolio privato a scapito di tutti gli altri operatori (sic!). Solo Craxi era stato capace di portare avanti una simile logica: la applicò al settore delle telecomunicazioni e il privato eccellente, in quel caso, si chiamava Silvio Berlusconi. Oggi poi scopriamo che al Comune di Bari tutti i fondi già assegnati dal piano di zona al rafforzamento degli asili nido comunali saranno trasformati in voucher per accedere ai nidi privati. Poiché, come afferma l’assessore “sellino” autore dello storno, questo “è il modo più immediato per aumentare il numero dei bambini ospitati”.

Chi non lo capisce è contro il nuovo, contro il pragma. Il nuovo può avere oggi la faccia dell’efficienza privata, domani quella dei movimenti invasati per il “tutto pubblico”. Bisogna saper andare di slalom. Bisogna essere postmoderni. Postmoderni come il vecchio Pci. Insopportabile Pci. Insopportabile Vendola.


giovedì 21 luglio 2011

Giovani, donne e movimenti schiacciati tra leaderismo e partecipazionismo

Giovani, donne e movimenti di cittadinanza attiva vengono blanditi quotidianamente e da ogni parte. Soggetti deboli, senza potere e, al contempo, risorse preziose di creatività, di pratiche virtuose, di innovazione della politica e della società, da sempre poco valorizzati nel nostro ingrato paese. Tutti concordano sul fatto che debbano “contare di più”, che debbano accedere ai posti di comando o, al peggio, ricevere maggiore ascolto da parte della politica. I governi nati dalla primavera pugliese, in particolare, si piccano di essere all’avanguardia nella loro valorizzazione, ma ogni volta che questi soggetti reclamano spazio i nodi veri giungono al pettine e i leader della primavera sbottano, perdono la pazienza, lasciando intendere che il deficit di riconoscimento è imputabile esclusivamente a loro (ai soggetti deboli). Emiliano è, comme d’habitude, molto più sfacciato nei rimproveri: qualche settimana fa ha bacchettato i superstiti dell’Emilab a loro dire traditi dal Sindaco che non avrebbe mantenuto le sue promesse pro-giovani e più di recente ha preso di mira le donne che pretendevano, sulla scia della condanna inflitta ad Alemanno, una più adeguata rappresentanza in giunta. A entrambi ha detto, traducendo in soldoni: ‘ciò che conta sono i voti. Se voi non li avete perché dovrei commettere l’abuso di rappresentarvi a scrocco della sovranità popolare. Non sarebbe democratico. Se volete essere rappresentati, andate a guadagnarvi i voti. La competizione è aperta’.

Lo stile di Vendola è differente. Lui, l’abuso, in nome delle donne, dei giovani, dei movimenti, lo commette volentieri, rappresentando loro oltre il dovuto al governo e al sottogoverno, nonché nei tavoli di concertazione politica e legislativa. A fin di bene, s’intende, e sacrificando all’occorrenza coloro che i voti se li sono conquistati per davvero. Ma anche il Governatore, quando si giunge al sodo, sbotta. Si veda il caso della ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese. Ai movimenti coinvolti nel tavolo tecnico per l’elaborazione della legge non sono andati giù alcuni fondamentali emendamenti dell’ultim’ora. Talché, Nichi Vendola ha preso carta e penna per spiegare agli infanti della società civile che governare è cosa complessa, che la loro “etica della convinzione” è insufficiente, che essi hanno una visione semplificata dalla realtà a cui lui deve porre rimedio con una superiore “etica della responsabilità”. Insomma, è esclusivamente lui – che ha i voti – a decidere in ultima istanza se e fino a che punto la voce dei movimenti può essere ascoltata. Sempre in nome dell’interesse generale, s’intende.

La questione di fondo che emerge resta sempre quella dell’egemonia (e se viene lasciata inevasa, l’argomento di Emiliano appare ineccepibile). Come far penetrare le illuminate istanze di questi soggetti nel corpo sociale? Come fare in modo che esse diventino sensibilità comune e si trasformino quindi anche in voti?

Rispetto a questo obiettivo, entrambe le strategie, quella del Sindaco e quella del Governatore, sono evidentemente fuori bersaglio. La mossa vendoliana rimane ad un livello puramente orbitale. Resta intrappolata nella logica dell’octroi di un sovrano illuminato, che d’imperio sceglie di tingere di rosa la sua squadra di governo, di tingere di verde (cioè di riempire di giovani) il sottogoverno e di prestare orecchio di tanto in tanto ai movimenti. Il piano simbolico è sempre importante ma evidentemente non penetra se, in Consiglio Regionale (cioè laddove si esprime la sovranità popolare), donne, giovani e movimenti restano al palo.

Se Vendola si disoccupa di scendere tra i mortali, Emiliano dal canto suo fa finta che là fuori, nel mondo reale, i poteri non esistano e che ci sia invece un’arena neutra, uno spazio liscio nel quale ciascuno compete da pari a pari e il più convincente, il più bravo, il più talentuoso vince. Egli immagina che gli elettori votino ispirati dall’interesse generale, scegliendo i soggetti più idonei a rappresentarlo. Per cui, se giovani, donne e movimenti non hanno i voti è solo colpa loro. Significa che non sono bravi abbastanza. Due forme differenti ma speculari di rimozione della realtà. E agire nella realtà come se si fosse in una favola è sempre la maniera migliore per farsi fottere dai peggiori.

Il sindaco di Bari ha rilanciato il concetto qualche giorno fa proponendo nientemeno di abolire i partiti e la stampa (costano troppo alle casse pubbliche!), per sostituirli con l’accesso ad internet per tutti. Ebbene, eliminare il finanziamento pubblico ai presidi della democrazia equivale a regalare tutto il potere ai potentati economici e/o criminali (soprattutto questi ultimi, alle nostre latitudini), ai quali non mancano certo i mezzi per far valere la propria influenza. In quello spazio liscio vagheggiato da Emiliano, hanno la meglio solo i De Gennaro, i Matarrese, i Berlusconi, per non dire gli Strisciuglio ecc.

L’unica salvezza per i deboli è sempre e solo la politica. Se si rimuove la questione della forza, i forti prendono il sopravvento. Solo aggregandosi e organizzandosi per la difesa delle proprie istanze i deboli diventano forti, non certo liquefacendosi nell’arena indifferenziata della cittadinanza, dove siamo tutti piccole e insignificanti molecole. E’ attraverso l’organizzazione che i deboli possono penetrare nella società e promuovere le loro buone ragioni. Ed è attraverso la legittimazione guadagnata nella società che i deboli possono conquistare le istituzioni per realizzare le politiche a difesa dei deboli. Paradossalmente, sia Emiliano sia Vendola procedono oggi in direzione contraria al rafforzamento di organizzazioni politiche che sappiano stare solidamente nella società e nelle istituzioni. Le picconano con almeno una dichiarazione al giorno. Che sia la strada del leader salvifico o quella del partecipazionismo indifferenziato e virtuale, in cui i cittadini rimangono permanentemente al livello delle grassroots, il risultato è sempre lo stesso: i poteri forti (economici e criminali) continuano a dominare la società. Solo questi, in fin dei conti, possono permettersi il lusso di collocare soggetti appartenenti a categorie deboli dentro le istituzioni (che è la massima forma di ostentazione del potere). E, infatti, l’unica “giovane donna” in giunta a Bari si chiama Annabella De Gennaro. Che sarà certamente bravissima e titolata, sì, ma come migliaia di giovani donne baresi. E’ così che i forti si fanno beffe delle battaglie dei deboli.



martedì 5 luglio 2011

Come imbrigliare nella rete la libertà di stampa: la ricetta di Emiliano

Scagliarini, della Gazzetta del Mezzogiorno, ha dato notizia dell’assunzione da parte del Comune di Bari di un dietista ultrasessantenne pensionato, osando mettere in rilievo, al proposito, che il Sindaco, giusto qualche mese prima, aveva gridato allo scandalo contro l’Università di Bari per la messa a contratto di un altro “vecchio”, ultrasettantenne pensionato. Le ragioni che il Comune ha addotto a difesa della scelta sono tutto sommato valide. Ma sono esattamente le stesse ragioni che potrebbero valere mutatis mutandis per l’Università. Il giornalista, insomma, ha fatto nient’altro che il suo mestiere, smascherando il carattere strumentale di certe uscite. Per questo Emiliano, via Facebook, lo ha insultato (“perfido”, “scrive sciocchezze… assurde malignità”) e diffamato (“incaricato chissà da chi di perseguitare il sindaco di Bari”, “professionalmente scorretto”).

Ora, al di là del merito della vicenda, è interessante riflettere sull’argomento di carattere generale che il Sindaco ha adoperato contro la carta stampata. Ossia, quella che potremmo definire la via nuovista alla censura.
“I giornalisti della Gazzetta – ha digitato Emiliano, sempre su Facebook - pretendono di scrivere quello che gli pare senza avere repliche dello stesso tenore… Non sono abituati alla democrazia interattiva del web 2.0… Sono fuori dal tempo e dunque é questo il motivo per il quale sempre meno sono i lettori dei giornali”.
Al netto delle palesi falsificazioni (il Comitato di redazione della Gazzetta e l’Ordine dei Giornalisti non hanno certo reagito al “diritto di replica” del Sindaco, ma solo e giustamente agli “insulti” e alle esternazioni diffamatorie nei confronti dell’autore dell’articolo), l’argomento è chiarissimo: l’attività giornalistica, afferma implicitamente Emiliano, è in sostanza illegittima poiché non accetta di dispiegarsi su quel piano orizzontale allestito dalla rete e, in particolare, dai social network, nel quale tutti i parlanti sono “uguali” e le esternazioni di ciascuno sono immediatamente esposte alla discussione collettiva.

Questa tesi contiene diverse insidie. Innanzi tutto, risuona in essa il dogma che i pidiellini utilizzano in Rai come clava contro qualunque operatore dell’informazione che osi dire la verità. Se uno si azzarda a comunicare in Tv che la disoccupazione è aumentata, occorre immediatamente estrarre dal cilindro qualcun altro che sostenga il contrario o che discolpi il Governo sulla vicenda. E’ il principio de “il pluralismo in una sola notizia” (declinabile all’infinito: in un solo programma, in un solo articolo ecc.). In questo modo si ottiene la scomparsa della realtà. Ogni fatto è suscettibile di smentita. Ogni argomento ha il suo contrario. Ossia, l’assoluta reversibilità del senso. Le speculazioni filosofiche postmoderne vengono qui adoperate a fini di speculazione politica. Si fa finta di ignorare che il pluralismo è tale solo se si realizza a livello di sistema e non imponendo al singolo operatore la sostituzione del proprio punto di vista con la messa in scena di tutti i punti di vista possibili. L’articolo di Scagliarini sarà pure malizioso, ma è un punto di vista legittimo, privo di falsità e calunnie. Emiliano vuole forse farci credere di non avere alcun mezzo per far sentire la propria voce in dissenso?
C’è però qualcosa di ancor più insidioso nell’argomentazione del Sindaco. L’idea che il “quarto potere” sia out e debba essere ridotto allo stato di melassa feisbukiana. Lungi da me il proposito di difendere la stampa odierna, che come tutti i poteri è luogo di somma ambivalenza. Ma senza quel potere, i punti di vista à la Scagliarini, ossia ogni tentativo di mettere sotto controllo le azioni dei potenti, scomparirebbe nella marmellata quotidiana del web. Si guardi al florilegio di commenti che seguono ad ogni post di un politico su Facebook (da Emiliano a Vendola). E’ un’esplosione informe di schegge di pensiero che finiscono per seppellire qualsiasi contenuto di senso, anche il più saggio e degno di riflessione. Tutto si equivale perfettamente: delirio e rancore, apprezzamenti e critiche, apologia e saggezza.

Il guaio ulteriore è che questa orizzontalità è del tutto illusoria. Emiliano fa finta di non sapere che lui è il Sindaco di Bari. E il fatto che egli usi Facebook non azzera per niente il differenziale di potere che lo separa dai suoi concittadini-fan (anzi, lo incrementa e lo alimenta quotidianamente). Egli vorrebbe che anche Scagliarini scendesse dal piedistallo della Gazzetta: nei confronti del giornalista di turno Emiliano intende ripristinare la stessa distanza incolmabile di potere che lo separa dai suoi fan, per sotterrarne gli scritti sotto le macerie prodotte dalla massa. Più precisamente, egli desidera trasformare un “potere” in una “libertà personale”: la maniera più democratica e politicamente corretta per anestetizzare una forza avversa.

Gli aspiranti caudillo della post-modernità sanno bene che la censura non funziona più (del resto, non avrebbero i mezzi istituzionali per esercitarla). La forma più efficace di esercizio della repressione consiste oggi paradossalmente nel favorire lo scatenamento libertario (i capitalisti l’hanno capito con largo anticipo). Di fronte a questo, i tradizionali presidi vengono disegnati come ostacoli fuori tempo. I giornali perdono lettori? Tanto vale abolire la libertà di stampa. I partiti sono in crisi? Tanto vale abolire la democrazia. Nessuna repressione, ovviamente. Basta disseminare l’illusione che, una volta azzerate queste entità, i cittadini potranno esercitare direttamente, senza mediazioni, la libertà di espressione e il governo della cosa pubblica. In realtà, l’unica cosa che viene azzerata è proprio la sovranità dei cittadini.

venerdì 24 giugno 2011

Se il partito è fuori forma

Intervista al sottoscritto a cura di Dmitrij Palagi e Mattia Nestia

Tratta dalla rivista online “La Prospettiva”:

http://www.laprospettiva.eu/la-politica-deve-determinare-la-realta-intervista-a-romano/

1. Nel tuo ultimo saggio, pubblicato ora da Laterza (“La Fabbrica di Nichi. Comunità e politica nella postdemocrazia”), hai affrontato il "fenomeno Vendola", nato nel 2005 con la vittoria alle prime primarie pugliesi. Nel 2009 i difficili passaggi di Rifondazione e l'ostilità del Partito Democratico hanno contribuito alla nascita delle “Fabbriche di Nichi”: a quali esigenze rispondono queste realtà, come si sono sviluppate e come sono strutturate?

Non sono certo dei semplici comitati elettorali (di Vendola). Costituiscono il tentativo di trasferire alla politica la logica organizzativa dell’impresa web 2.0. Quella fondata sul contributo di una moltitudine reticolare di produttori volontari di contenuti, il cui valore viene canalizzato integralmente verso il nodo centrale della rete. E’ il caso classico del “citizen journalism”: i giornalisti professionisti vengono sostituiti da semplici cittadini-reporter, ciascuno dei quali in piena gratuità e libertà, senza rispondere agli ordini del datore di lavoro, seguendo le proprie passioni ecc. confeziona notizie, commenti, contenuti e li trasmette al centro, al sito-blog-giornale online. L’ampolla ideologica che confeziona il tutto ci parla di autonomia dei produttori, democratizzazione dello sguardo, trasparenza informativa, partecipazione attiva dei redattori-lettori ecc. Il piccolo problema è che chi ha le chiavi dell’hub incassa tutto. L’enorme valore prodotto “a gratis” dalla moltitudine va diritto nelle tasche dei detentori del nodo centrale. La Fabbrica di Nichi funziona allo stesso modo. Il profitto, in questo caso, non è economico ma prevalentemente politico (il che – sia chiaro – ha anche un risvolto economico). Il collante specifico, in questo caso, è il carisma del leader, il cui mainstream narrativo viene rimasticato e rimegafonato all’infinito dai singoli nodi della rete (singoli operai e singole Fabbriche locali). In piena libertà, s’intende.

2. In un quadro più generale la forma partito e i sindacati paiono oggi in difficoltà, incapaci di conquistare la fiducia del "popolo della sinistra". Da Berlusconi a Grillo, passando per Vendola e Renzi, i movimenti di cambiamento ad oggi paiono indicare la via della personalizzazione. È possibile una strada diversa e come si dovrebbe modificare e innovare la classica "forma partito", senza che questa venga approssimativamente liquidata?


I problemi di forma non si risolvono ragionando di forma. Non si tratta di una questione di ingegneria organizzativa. La crisi della forma (-partito) ha origine nella sostanza. L’art. 49 della Costituzione ci dice che i partiti servono a “determinare la politica nazionale”. Il guaio è che la politica nazionale non determina la “realtà” nazionale. Perché uno dovrebbe entrare in un partito, accettarne la solidità, l’organizzazione, la gerarchia, la fatica dell’incontro e della discussione con gli altri se poi sa che questo non avrà alcun riflesso sulla sua vita? Il sistema nel quale ciascuno di noi galleggia ci appare non modificabile, men che mai dalla politica. In queste condizioni, le vie d’uscita a portata di mano sono due: 1) godere nell’immediato (è per questo che le forme liquide della politica hanno successo: il militante trae soddisfacimento dall’azione movimentista “qui e ora”, non più dal perseguimento di uno “scopo” collocato lontano nel tempo e d’incerta realizzazione); 2) affidarsi ad un Messia, il quale offre l’illusione di una reversione totale, di una palingenesi, la promessa di quel mutamento radicale delle cose che abbiamo sperimentato come non più possibile attraverso i canali “normali” della democrazia.

Come si fa, dunque, a resuscitare i partiti? La politica deve riappropriarsi della sovranità sul reale. Questo non sarà possibile finché prevarrà l’ideologia della governance: la politica ridotta a regolatrice dei traffici della società civile (un’idea condivisa dalla sinistra tutta, in ogni sua declinazione, dalla più moderata alla più estrema). La politica, invece, non deve più aprirsi allo spontaneismo del sociale (non deve più “ascoltare”, deve parlare, come dice Tronti). Deve distruggere la società, per ricostruirla ogni giorno a sgorgo della decisione collettiva. I partiti, in questo caso, diventerebbero solidissimi e, soprattutto, iperaffollati.


3. Ha parlato di spirito volontarista dietro le Fabbriche di Nichi e di assenza di interesse rispetto alla gestione del potere. Quest'ultimo tema è sparito dalle discussioni di linea politica all'interno della sinistra d'alternativa? Chi non accetta di gestire l'esistente non è carente rispetto a una proposta di sistema di governo?

Il potere è il vero tabù della sinistra post-novecentesca. Essa è tutta ripiegata sull’obiettivo dell’annichilimento del potere. La società ideale corrisponde al grado zero del Potere, ossia all’efflorescenza della “nuda vita”. Foucaultismo alle cozze negriane. Ma bisogna usare Foucault contro Foucault e avere il coraggio di dire che non c’è altro che il Potere. Il grado zero del Potere è il grado zero della realtà. Perciò se la sinistra decide di evacuare i luoghi del Potere, siccome la realtà va avanti lo stesso, altri poteri prenderanno il sopravvento. E ci fotteranno. Sperare nell’attivismo volontario è un autentico delitto perpetrato a danno dei deboli.


4. Una sinistra capace di dotarsi di un profilo di governo, pur mantenendo un orizzonte di trasformazione del sistema vigente, come dovrebbe rapportarsi con il territorio e con i cittadini, a partire dagli enti locali governati da amministrazioni di centrosinistra? E' possibile aprire, a partire da queste esperienze, nuovi spazi reali di democrazia e partecipazione?

Francamente ne ho abbastanza del “locale”. Il locale va abolito o per lo meno messo in mora per qualche anno. Disoccupiamoci per un po’ del vicinato. Se il potere vero si dispiega su scala globale, perché mai il contropotere dovrebbe rintanarsi a Canicattì? Per agevolargli il compito? E non mi si venga a dire che nel lungo periodo le esperienze locali virtuose si mettono i rete, si federano per sconfiggere i Leviatani senza più Stato. Com’è noto, nel lungo periodo saremo tutti morti. Dobbiamo tornare alla grande politica. Grande anche in senso meramente fisico: a grande scala.


5. Esiste un elemento generazionale nei fenomeni di cui abbiamo parlato? Quanto pesa nella società italiana oggi l'"eredità comunista" e quali elementi di quella storia e tradizione potrebbero e dovrebbero essere recuperati?

Del razzismo generazionale nella Fabbrica di Nichi ho accennato nel mio saggio. Non ha nulla a che fare con la lotta alla gerontocrazia. E’ un fenomeno che riviene a quanto detto sopra. La ricerca del godimento “qui e ora” (generata dall’immutabilità del sistema) porta necessariamente ad eliminare ogni elemento che fa scarto rispetto al presente. Per questo viene allestito uno spazio inospitale ai non giovani.

Dell’eredità comunista (italiana) ci siamo ampiamente sbarazzati, credo, purtroppo. Al di là di tutti i vizi noti, c’era il marchio sublime che da Gramsci porta a Pasolini (passando, perché no?, da Togliatti), che produceva un mescolamento con la carne viva del popolo, al di là di ogni geometria rivoluzionaria. Dove sarà finito?



mercoledì 8 giugno 2011

Garantisce Nekrošius

Gli effetti perversi della legittimazione carismatica.

Riepiloghiamo. Il Teatro Pubblico Pugliese lancia un avviso pubblico per la partecipazione ad un workshop con il grande regista lituano Eimuntas Nekrošius. I posti disponibili sono trenta. Coloro che supereranno una prima selezione sulla base dei curricula accederanno ad un’audizione con il maestro. Dopodiché, questi sceglierà i partecipanti “a suo insindacabile giudizio”. Insomma, al di là delle procedure specificate e a parte un requisito minimo di accesso (essere attori o registi professionisti pugliesi), non vi sono espliciti criteri di selezione. Nekrošius è Nekrošius, quindi decide come gli pare. La fonte di legittimazione della sua autorità è di carattere spiccatamente carismatico. L’autorevolezza “soggettiva” e la buona fede del maestro sono fuori discussione, quindi non c’è bisogno di fissare ex ante criteri “oggettivi”. Garantisce lui. In campo artistico, è normale che sia così. Nessuno scandalo.

A fine aprile, com’è noto, il TPP ha pubblicato la lista dei trenta nomi prescelti senza che però vi fosse stata alcuna audizione, mandando su tutte le furie gli esclusi. Il Presidente, Carmelo Grassi, ha motivato i mancati provini con il numero troppo elevato (circa trecento) di curricula pervenuti. Un argomento che, all’evidenza, fa acqua da tutte le parti. Il numero di candidati da ammettere alle audizioni, infatti, non era specificato. Il maestro avrebbe potuto deciderlo a priori e a prescindere dal numero di domande. La consistenza del suo impegno nelle audizioni era del tutto indipendente dallo spessore del pacco dei curricula. Insomma, una panzana.

E’ facile immaginare che Nekrošius, essendo Nekrošius, fosse troppo impegnato per perdere qualche giorno a Bari a sorbirsi le performance degli attori pugliesi e che a suo tempo abbia fatto una promessa, diciamo così, un po’ frettolosa.

La vicenda mette in evidenza alcuni aspetti controversi del potere carismatico. Certo, come sosteneva Max Weber, esso ha la proprietà di dare un respiro di senso alla comunità, distogliendola dagli affari quotidiani, dal suo ripiegamento sulle trame competitive degli interessi egoistici. E’ suadente e ha grande forza espansiva poiché fluidifica e dona pathos all’azione sociale. Ma queste virtù hanno almeno due effetti collaterali. Innanzi tutto, grazie al potere carismatico viene allentata l’attenzione sulle regole che sovrintendono agli affari quotidiani dei comuni mortali. Al pari del “giudizio”, anche il comportamento del leader diventa “insindacabile”. Nella fattispecie, siamo di fronte ad una chiara inadempienza da parte del maestro, ma il problema è che Nekrošius, in quanto Nekrošius, quasi certamente non ha formalizzato da nessuna parte il suo impegno a rispettare i termini del bando. La sua autorevolezza lo esime da queste quisquiglie. Al massimo, ne risponderà chi ha confezionato l’avviso pubblico, ma lui è al di sopra di tutto.

Questa incostanza produce il secondo inconveniente. Dal momento che il leader ha la testa tra le nuvole e mal sopporta la miseria del quotidiano (ve lo immaginate Nekrosius, in persona, a esaminare trecento curricula con annesse lettere di presentazione?), egli delega volentieri le incombenze burocratiche a una nebulosa di sottoposti, invisibili e senza nome. All’ombra del soggetto eletto si forma immancabilmente una zona grigia che beneficia abusivamente dei medesimi crediti riconosciuti al capo. La fonte “soggettiva” di legittimazione di fatto scompare, ma l’allentamento della vigilanza sulle regole che essa consente continua a vigere. A quel punto, ogni abuso è possibile e ricorrervi contro diventa arduo. Non è un caso che gli esclusi dalla selezione non abbiano trovato di meglio che appellarsi ad un altro detentore di carisma (chiodo scaccia chiodo). Ossia il presidente della Regione, il quale, per scrollarsi di dosso le miserie del quotidiano, ha minacciato querele (sic!).

sabato 4 giugno 2011

Nord e Sud dopo il voto

Il solco tra Nord e Sud esce approfondito da questa tornata elettorale.

L’euforia per l’odore di svolta esalato da Napoli a Milano è sacrosanta, ma occorre evitare di restarne invischiati. E’ una precauzione necessaria dopo quello che è accaduto all’indomani di Tangentopoli. Pensavamo che tolti di mezzo democrastiani e socialisti fosse arrivato finalmente il turno della buona sinistra e invece è spuntato Berlusconi e ha fatto man bassa. Lasciando alla sinistra solo le briciole, ossia il fuoco fatuo dei “nuovi sindaci”.

Il Nord ha da sempre il problema di assicurarsi la sponda politica che meglio risponde all’esigenza di mantenere salda la sua integrazione produttiva, finanziaria, sociale al centro della civiltà, alle aree più dinamiche del globo. Questo obiettivo non è mai stato semplice da raggiungere e costituisce in sé una promessa di secessione: il Sud può essere preso in considerazione solo nella misura in cui diventa funzionale al progetto d’integrazione del Nord. Così è stato nella prima Repubblica. Gli abitanti del triangolo industriale stavano a maggioranza col PCI: un effetto collaterale dello sviluppo. Per questo è stato necessario alla grande impresa settentrionale foraggiare il Mezzogiorno, ingaggiando per il servizio – a caro prezzo – DC e compagnia. Così con una sola fava sono stati beccati due piccioni: i voti per controbilanciare l’egemonia comunista e la forza lavoro per far funzionare le fabbriche settentrionali. Nella seconda Repubblica, sparita la minaccia comunista, fiaccata la grande impresa e sfasciate le casse pubbliche, il Nord si è trovato costretto a cambiare alleato. Una forza politica che si presenti come mera cinghia di trasmissione della modernizzazione, come produttrice di politiche razionali e utili alle necessità dell’organizzazione socio-economica non fa proseliti. E’ stato necessario anche in questo caso rivolgersi ad ancelle indomabili, in grado però di regalare un sogno oltre-funzionale agli elettori. Un nuovo patto con nuovi diavoli: l’iperconsumismo berlusconiamo e l’ipercomunitarismo leghista. E’ così che il Nord ha cominciato a far finta di lamentarsi dell’assistenzialismo meridionale, che esso stesso, a suo prioritario vantaggio, aveva alimentato per decenni, facendo agio sulla nuova struttura produttiva molecolare che andava sostituendosi a quella “molare” conosciuta nei trent’anni gloriosi.

Le nuove reclute ci hanno provato ma, al di là della cattura del popolo, proprio non ce la fanno a governare. La loro inettitudine è conclamata, imbarazzante. Niente a che vedere con le macchine da guerra democristiane e socialiste. Insomma, c’è bisogno di nuovi alleati. Nelle grandi città lo si capisce prima che nelle campagne (non si sottolineerà mai abbastanza la caratterizzazione fortemente “urbana” di questo voto): la buona borghesia internazionalizzata è più presente e meno bisognosa dei cascinari della Lega da sguinzagliare presso il ceto medio impaurito. Occorre un soggetto politico nuovo che realizzi la secessione vera. La bambagia assicurata un tempo dallo Stato non basta più. La competizione internazionale si fa sempre più esigente e non ammette palle al piede. La sinistra appare in questo frangente transitorio più affidabile, più adatta allo scopo. Prima di tutto, la sinistra della modernizzazione hard à la Chiamparino-Fassino: perfetta, ma eleggibile solo nella Torino azionista, austera e perfettina. Oppure quella a marchio Report, ecologica, fotovoltaica, ciclabile e riciclabile. A’ la finlandese. Ossia Pisapia. Entrambe queste sinistre sono perfettamente funzionali al progetto di integrazione modernizzatrice e promettono ben più seriamente di Lega e Pdl di liberarsi della zavorra del Sud (liberarsene di fatto, senza che ci sia bisogno di deliberarlo). E’ ovvio che si tratta di una soluzione tampone, della quale il Nord che conta non può fidarsi fino in fondo (poiché il prezzo da pagare in termini di giustizia sociale, correttezza degli affari, valori universalistici ecc. potrebbe essere insostenibile), in attesa che si consolidi a destra una nuova proposta. Magari, un liberalismo montezemolo e puttanone, che dia appeal all’impresa modernizzatrice, tutto merito, tecnologia ed expo.

Più decisa sarà la guida verso le eccellenze della competizione internazionale, più il Mezzogiorno si perderà nel suo buco nero. Le forme di acquisività politica e la costellazione di stratagemmi orbitali per la captazione dell’extra-profitto sono sempre più inefficienti nell’assicurare al Sud gli attuali livelli di consumo. La marginalità vera è in sempre più in agguato. Alti livelli di istruzione, elevati standard di consumo, perfetta integrazione nella cultura di massa occidentale da un lato e, sul piano struttural-produttivo, nient’altro che esclusione: questo è un potenziale di frustrazione esplosivo, la cui miccia è già accesa. Nel vuoto dell’economico, sulla politica si scaricheranno tutte le velleità di presenza al mondo dei meridionali. La politica diventerà un grande teatro di follia, di creatività a perdere, di corruzione e di consolazione. Piccolo cabotaggio criminale e grandi slanci da parvenu della civiltà saranno le due facce di un’unica disperazione. Conviveranno raccolte differenziate al 90% e mazzette a fiumi. Napoli ne è il paradigma. Vendola, in questo contesto, avrebbe potuto essere il leader della rabbia meridionale e invece ha scelto di fare l’americano, di intraprendere la strada dell’allucinazione consolatoria. Quello che ci attende è la moltiplicazione dei De Magistris.



mercoledì 25 maggio 2011

L’idea di welfare regionale è l’harakiri della sinistra

“L’idea di welfare sulla quale sta lavorando da anni il governo pugliese è centrata sulla auto valorizzazione della risorsa umana. Le persone, nel momento in cui acquisiscono gli strumenti per darsi valore, sono risorse”.

Così Nichi Vendola in occasione del recente varo del piano regionale per le famiglie. In questa frase c’è tutta la mutazione genetica della sinistra. L’autocertificazione del suo compiuto approdo all’ideologia della precarizzazione mobilitante, dello “starve the beast” (“affama la bestia”, di reaganiana memoria). Lavorare affinché la persona si auto-riduca allo stato di “risorsa”, metta a valore se stessa per meglio lanciarsi sul mercato (e spaccarsi le ossa) è la perfetta realizzazione del diktat biopolitico neoliberale. Anche se nessun vero liberale ostenterebbe mai una tale spudorata nettezza nell’assimilare la persona alla risorsa. Ovviamente, la nuova politica viene posta in contrapposizione al vecchio welfare, presentato immancabilmente come un verminaio di assistenzialismo e passivizzazione delle masse.

Ma proviamo a considerare l’intento vendoliano al di là di ogni afflato valutativo. Proviamo a prendere sul serio l’obiettivo dichiarato di rendere le persone delle “risorse umane” di buona qualità, valide e forti. Che cosa occorrerebbe per realizzare concretamente un simile obiettivo? Occorrerebbe un sistema d’istruzione eccellente, una sanità pubblica efficace ed efficiente, un apparato di tutele e di servizi per i lavoratori articolato ed esteso, un mercato occupazionale forte e foderato con spesse garanzie ecc. Occorrerebbe – se fosse davvero quello l’obiettivo – né più né meno che il buon vecchio welfare. E invece l’accento cade insistentemente sulla “auto” valorizzazione della risorsa umana. Perché mai questa sottolineatura? Poiché solo in questo modo si sancisce un preventivo disimpegno da parte del pubblico potere. Si stabilisce il principio che il cittadino deve cavarsela da sé e che nulla gli è dovuto. Tutto quello che arriva è un di più. Solo così la responsabilità del fallimento del singolo può essere attribuita in via esclusiva alla persona stessa, al suo personale deficit di mobilitazione. Solo così la “giusta” misura della spinta pubblica può rimanere indefinita e attestarsi anche, all’occorrenza, su livelli impercettibili: la responsabilità sarà sempre del singolo.

Ma le affermazioni di Vendola non vanno mai prese sul serio. Essendo un politico ormai stabilmente collocato nel paradigma postmoderno, egli è del tutto indifferente ai contenuti delle sue proprie affermazioni. Queste sono orientate esclusivamente dal loro impatto estetico-emozionale e da contingenze di carattere puramente strumentale. Nella fattispecie, Vendola si trova a confezionare con una narrazione glamour un impianto di welfare deciso da altre forze. E’ questo il vero problema. La vicenda mette in luce, innanzi tutto, l’assenza di luoghi nei quali discutere del senso delle politiche elaborate a livello regionale: come e dove è possibile dire a Vendola che l’idea di welfare che sta portando avanti costituisce la pietra tombale per la cultura politica di sinistra?

In secondo luogo, essa rivela che il welfare regionale (e non solo quello) è tutto nelle mani di una ben riconoscibile couche di burocrati e di consulenti di matrice cattolica che impongono la loro linea in assenza di qualsiasi argine di carattere politico. Cultura neo-liberale e cultura cattolica, in tema di welfare, condividono infatti un comune odio per lo Stato, nonché l’idea di autoregolazione della società civile. Ma chi non gode della tutela divina, come fa a difendersi in questa società?

Insomma, il problema è sempre quello: il deliberato smantellamento dei corpi intermedi operato da Vendola in questi anni produce l’evaporazione di ogni orizzonte di trasformazione, di ogni alternativa di società e ci pone di balia di cricche invisibili e incontrollabili.



venerdì 13 maggio 2011

Dov’è la libertà?

Il parallelo tra i sommovimenti nordafricani e l’implosione vent’anni or sono dei regimi socialisti esteuropei viene riproposto da mesi con fastidiosa insistenza. La libertà ne sarebbe il leit motiv. Il motore eterno delle rivolte. La favola così confezionata dilaga ovunque, trainata da prezzolati spacciatori di banalità, à la Ben Jelloun.
Ora come allora, il fantasma della libertà c’impedisce di capire alcunché. Non si tratta di un mero problema “analitico”, poiché la camicia di forza onni-libertaria ha riflessi politici pesanti e deleteri, soprattutto per le popolazioni che si rivoltano. Ora come allora – diciamola tutta –, i popoli non sono vittime dell’oppressione bensì, paradossalmente, della stessa libertà. Nel primo caso di quella che è stata declinata nella forma dello Stato liberatore, nel secondo della libertà di competere, globalmente sancita. Nella competizione globale, il Mediterraneo tutto (del Sud e del Nord) soccombe. Non riusciamo a trovare il nostro posto, noi mediterranei. Non sappiamo fare niente. Né innovare, né faticare a basso costo. Siamo schiacciati, strangolati. Per qualche tempo abbiamo vissuto a scrocco: a Sud saccheggiando le viscere della terra, a Nord trafugando un po’ ricchezza prodotta dall’Europa che conta. Ma ora i nodi stanno venendo al pettine. Il terreno produttivo che ci consente di partecipare ai bagordi della società dei consumi mostra tutta la sua inconsistenza e ci frana sotto i piedi.
Inneggiare alla libertà, in queste condizioni, è un autentico suicidio. Il dittatore di turno da abbattere non è che un capro espiatorio sul quale scaricare tutta la nostra rabbia. Questo è comprensibile: una faccia che materializzi il male serve sempre. Ma così restiamo sempre nella strategia dell’ubriaco, che si mette a cercare la banconota perduta sotto il lampione per la sola ragione che quella è l’unica porzione illuminata della strada. Reclamare ulteriore libertà significa darsi la zappa sui piedi: consegnare definitivamente se stessi e la propria terra a quella competizione internazionale che è la causa della nostra rabbia.
La beffa sta nel dono della libertà da parte dell’Occidente. E non perché, comme d’habitude, esso viene offerto sotto forma di bombe. Il veleno è altrove. Donando la libertà, l’Occidente vince doppiamente: primo, perché una volta democratizzato e liberalizzato un paese, i cittadini che da esso fuggono (strangolati dalla competizione internazionale) perdono il diritto a essere accolti e tutelati, diventando immediatamente clandestini da rispedire al mittente (“vivi un paese libero! Cosa vieni a rompere le balle qui?!”); secondo, perché diffondendo libertà preservano quella gerarchia di mercato che consente loro di restare in testa e di relegare per sempre in periferia il Mediterraneo. Così i cittadini che ivi risiedono possono diventare manodopera d’accatto per far funzionare le macchine produttive dei paesi che contano.
Dovremmo, dunque, smetterla di inneggiare alla libertà e lottare, invece, per una forma di protezione più spessa e più larga. Solo riparandosi dalla competizione internazionale che ne produce il soffocamento il Mediterraneo potrà ritrovare la sua autonomia e costruire una società a misura dei suoi spensierati residenti.

lunedì 9 maggio 2011

Una stella per nascondere il nulla

Aldebaran è un altro sole. Centinaia di volte più luminoso del nostro. Ma non bisogna equivocare: la ricerca di una sempre più splendente “luce del civile” non ci appartiene. Già il nome della stella, del resto, s’ispira a luoghi poco inclini agli ordini celesti. In più, il nostro sole non è buono per illuminare le cose, per meglio inquadrarle, a contrario ci abbaglia, ci porta a boccheggiare fino all’afasia. All’apofasia, meglio. Sotto la sua luce la realtà soccombe e trasfigura: al centro non c’è più l’oggetto illuminato ma lo splendore solare. Questo per dire che la missione non sta nel disvelare l’autentico, nella libertà di essere come si è o come si vuole. L’abbiamo già percorsa questa traiettoria e che cosa ne abbiamo cavato? L’ossificazione del tutto. E’ tempo di fare appello ad Aldebaran, affinché col suo sorriso ci occulti la fulgida evidenza del nulla.